Medaglia d’Oro al Merito Civile, l’intervento di Matteo Petracci (storico)

Di seguito l’intervento di prolusione pronunciato in apertura della cerimonia di consegna della Medaglia d’Oro al Merito Civile per i fatti della Resistenza dallo storico e ricercatore Matteo Petracci.

San Severino Marche, 1° luglio 1944.

I partigiani entrano in città. Dopo dieci mesi, l’occupazione nazista e fascista è finita.

Il Comandante Mario Depangher si affaccia dal balcone del municipio e si appresta a parlare alla popolazione.

Sotto di lui, la piazza brulica di persone. Si cantano canzoni di vittoria e di festa, in sloveno, in italiano, in inglese, in russo, in serbo-croato, in ebraico, in somalo, in amarico e in oromo.

Alcuni pregano per ringraziare Dio, ognuno il proprio: ebrei, cristiani, musulmani.

Questo quadro festante, multietnico, mistilingue e multireligioso, ha una spiegazione, e per coglierla bisogna fare un passo indietro.

Maggio 1936. Subito dopo la guerra coloniale condotta dall’Italia fascista in Etiopia, il governo emana alcune disposizioni finalizzate a individuare i territori più adatti per allestire campi di prigionia militare e di internamento civile.

I territori prescelti devono rispondere a requisiti specifici:

devono essere militarmente poco importanti e privi di infrastrutture strategiche;

devono trovarsi in aree distanti da grandi vie di comunicazione;

devono essere poco popolati e gli abitanti presenti devono essere poco o per nulla politicizzati.

L’area pedemontana e appenninica dell’Italia centrale, isolata e abitata principalmente da contadini e mezzadri, risponde pienamente ai requisiti previsti. Del resto, alcuni campi di prigionia vi si trovano già, come il campo di concentramento di Servigliano, attivo nella Prima guerra mondiale.

Passano alcuni anni, il governo approva le leggi razziali, contro i popoli colonizzati e contro gli ebrei. Si consolida l’alleanza con la Germania nazista.

Nella primavera del 1940, le Questure italiane stipulano contratti di affitto con alcune famiglie nobili. Le loro ville di campagna vengono trasformate in campi di internamento per civili: donne, uomini e bambini appartenenti a paesi stranieri rinchiusi e sorvegliati perché ritenuti «pericolosi nelle contingenze belliche».

L’Italia si prepara a entrare nella Seconda guerra mondiale. Una guerra di aggressione, di occupazione di territori e di distruzione. In previsione della cattura di prigionieri nei vari fronti e di rastrellamento della popolazione civile nelle aree occupate, bisogna reperire spazi per sistemare i soldati catturati e i civili deportati.

Per questi motivi, anche nelle Marche vengono aperti diversi campi, la più alta concentrazione dei quali si ha nella provincia di Macerata, servita da una ferrovia mare-monti che permette il trasporto degli sventurati. Sono attivi:

il campo di internamento ricavato nel Palazzo Bandini-Giustiniani, vicino l’Abbadia di Fiastra, destinato agli ebrei e ai civili jugoslavi;

Villa Lauri, a Pollenza;

Villa Savini, a Petriolo;

Villa “La Quiete”, a Treia, conosciuta come Villa Spada, destinata in un primo momento a donne straniere e in seguito all’internamento di somali, eritrei ed etiopi portati in Italia in occasione della Mostra delle Terre d’Oltremare;

Nel corso della guerra, saranno inoltre attivati il grande Campo di concentramento di Sforzacosta, il Campo tra Monte Urano e Fermo e il piccolo campo di Montelupone, tutti per i prigionieri di guerra, principalmente anglo-americani, catturati in Nord-Africa.

Per confinare e sorvegliare gli stranieri e gli antifascisti ritenuti più pericolosi, ai campi veri e propri si affiancano anche i comuni destinati all’internamento libero, nell’analisi del quale non dovremmo farci ingannare dall’aggettivo. Nelle Marche ne sono un centinaio. Ventitre nella sola provincia di Macerata, tra i quali San Severino.

Gli internati vivono in case private o in apposite strutture ma sono sottoposti a una rigida disciplina: non possono uscire prima dell’alba e devono rientrare prima del tramonto, per esempio; non possono frequentare locali pubblici né avere rapporti con la popolazione locale. Il mancato rispetto di queste e altre regole comporta punizioni e trasferimenti nelle isole di confino.

Nel frattempo la guerra va avanti e i fronti si rovesciano.

Arriva l’8 settembre del 1943. Con il diffondersi della notizia dell’Armistizio e della fuga del re, si assiste allo sbandamento dell’esercito.

Dai campi di prigionia e dalle località di internamento sopracitate centinaia di donne e uomini fuggono, riversandosi nelle campagne e nell’entroterra. Trovano nei contadini rifugio e sostegno, cibo, un giaciglio per riposare e preziose indicazioni per raggiungere luoghi più sicuri. Insieme a loro, sono in fuga migliaia di soldati italiani sbandati che cercano di tornare a casa, di mettersi in salvo dalla deportazione in Germania.

A partire dal 16 settembre 1943 i nazisti occupano il territorio. Aiutati dai militi della Repubblica sociale italiana impiantano a Macerata il loro comando militare. Diffondono manifesti in cui si minaccia la fucilazione del capofamiglia e la distruzione della casa a chi fornisce supporto ai prigionieri in fuga e si promettono 1800 lire, 20 sterline e diversi chilogrammi di sale a chi, denunciandoli, ne permette la cattura. Sono tempi di razionamento alimentare: la fame nera. Nonostante ciò, i catturati sono pochi, pochissimi.

In quei giorni, a San Severino Marche, alcuni antifascisti locali, alcuni sloveni in fuga dall’internamento a Urbisaglia, alcuni industriali, tra i quali Enrico Mattei, e qualche prete, tra i quali Don Lino Ciarlantini, si riuniscono intorno a Mario Depangher, un pescatore istriano e navigato antifascista che dal 1940 era stato internato a San Severino insieme alla moglie, Lina Sabaz. È questo il nucleo partigiano che diventerà il Battaglione Mario.

Il primo compito che si danno è aiutare prigionieri, internati evasi e soldati italiani sbandati. Il secondo è reperire armi. Don Lino Ciarlantini trasforma la sua canonica di Gaglianvecchio in un centro di raccolta per i fuggiaschi, mentre alle armi pensa il maresciallo dei carabinieri Antonio Giordano, armi che saranno preziose per respingere nazisti e fascisti impegnati nel primo tentativo di annientare il gruppo appena formato, durante lo scontro sulle alture di San Pacifico, il 1° ottobre 1943.

Al servizio medico e ai medicinali, messi a disposizione da qualche farmacista, pensa Mosé Di Segni, scappato da Roma insieme alla sua famiglia per sfuggire al rastrellamento del 16 ottobre e alla deportazione ad Auschwitz, che aveva trovato rifugio a Serripola. Partigiani ebrei sono anche Alberto Pontremoli, già internato a Camerino e a Castelraimondo, e Ernst Polak, che dopo l’occupazione nazista aveva lasciato la Cecoslovacchia insieme alla moglie Maria Jankovici. Volevano raggiungere il Canada, ma in Italia, poco prima di imbarcarsi, erano stati catturati e internati.

Mano a mano, oltre a donne e uomini settempedani, alla formazione partigiania si aggiungono montenegrini, alcuni croati provenienti dal campo di Fabriano, russi deportati in Italia come lavoratori coatti da impiegare nella costruzione della Linea Gotica, inglesi e scozzesi scappati dai campi di Sforzacosta e di Monte Urano. Anche alcune donne provenienti dai campi di internamento femminili, come Maruska Miroslav, ucraina.

A completare il mosaico di lingue, culture e religioni che trova sintesi nel Battaglione Mario, a partire dalla fine dell’ottobre del 1943 arriva una dozzina di somali ed etiopi scappati da Villa Spada, tra i quali due donne, e successivamente anche un austriaco disertore della Wehrmacht, accolto dopo lunghi interrogatori.

La formazione cresce. Altri gruppi si sono formati nel territorio, raccolti intorno a ufficiali dell’esercito, ed entrano in contatto con le partigiane e i partigiani di Depangher: il Gruppo dell’Abbazia di Roti, fiancheggiato dal parroco Don Enrico Pocognoni e guidato dal Tenente Giuseppe Baldini, e il Gruppo dell’Eremita, guidato dal Tenente Franco Cingolani, stanziati tra Braccano e il Monte Gemmo.

La zona di operazioni del Battaglione ora comprende San Severino Marche, Matelica, Gagliole, Casterlaimondo, Treia. Il versante meridionale del massiccio del Monte San Vicino.

Un territorio ampio. Non più periferico, come quando il fronte di guerra era lontano, ma diventato importante dal punto di vista militare per nazisti e fascisti, perché non molto più a Nord della Linea Gustav, perché attraversato da una ferrovia e da strade di collegamento con la Via Flaminia e perché posto lungo una delle vallate fluviali che avrebbero dovuto rallentare gli Alleati impegnati nella conquista del porto di Ancona.

In questo contesto, per le formazioni partigiane è fondamentale trovare supporto nella popolazione civile. È una questione di sopravvivenza.

Proprio con larga parte della popolazione, soprattutto quella contadina, si crea allora un’alleanza, inattesa e straordinaria, che ha permesso di risparmiare sangue e vite nel contesto della Seconda guerra mondiale, un conflitto che ha prodotto oltre 60.000.000 di morti.

È la popolazione a rendersi protagonista di un’azione di Resistenza civile dai tratti epici. Scaldare, vestire, sfamare, dare rifugio, dare quartiere, salvare. Azioni che diventano imperativi. Riconoscere cosa è umano fare, cosa va fatto e basta, assumendo su se stessi i rischi di sanguinose rappresaglie. Qualcosa di pre-politico. Proteggere un prigioniero in fuga, un partigiano, un soldato sbandato o un renitente alla leva è spesso un’impresa collettiva. Sono intere famiglie a mobilitarsi, intere frazioni, un borgo, le comunità di vicinato. Chi salva spesso identifica nei fuggiaschi i propri cari lontani da casa: padri, figli o mariti inviati al fronte di cui non si hanno più notizie da troppo tempo. Li accoglie perché riconosce la loro sofferenza.

Sono molti gli esempi che si protrebbero fare. Dai soldati del ricostituito Esercito italiano erroneamente paracadutati a Rocchetta, nascosti e poi indirizzati verso il Battaglione Mario, ai quattro partigiani etiopi ospitati nella stalla della famiglia Apollinari, a Civitella di Serralta, durante il freddo inverno del 1944, fino ai contadini di Chigiano e di Braccano, che sorvegliano le strade e i sentieri di accesso a Valdióla, sede del comando partigiano.

Elevato è il tributo di sangue pagato dal territorio per questo sostegno.

Sono sedici le stragi che si possono contare nella zona di operazioni del Battaglione; otto nella sola San Severino Marche.

Oltre trenta uccisi (tra questi un bambino di due anni), ai quali vanno aggiunti i partigiani caduti in combattimento.

Stragi consumate a Serripola, Chigiano, Ugliano, Uvaiolo, Valdióla, Isola. Anche nel centro cittadino.

Tra le più vive nella memoria, restano quelle del 24 marzo 1944, durante il grande rastrellamento respinto con la Battaglia di Valdióla, una delle vittorie partigiane più importanti di tutto il Centro-Italia. Cadono Don Enrico Pocognoni, il capitano Salvatore Valerio e oltre venti partigiani: italiani, somali, russi e jugoslavi.

Vivo è anche il ricordo del rastrellamento del 26 aprile, che provoca la morte di partigiani italiani e inglesi e si abbatte sulla famiglia Falistocco, contadini che sostengono la Resistenza. Quattro fucilati. I loro corpi bruciati e le case distrutte.

Le stragi si consumano fino agli ultimi giorni di occupazione.

Verso la fine di giugno, le colonne naziste in ritirata cominciano a scavalcare il fiume Potenza e a salire verso Nord, mentre i partigiani ne osservano i movimenti, evitando di attaccare, per scongiurare rappresaglie sulla popolazione civile.

Il 1° luglio del 1944 il Battaglione Mario entra in città.

Una delle cose che più mi hanno colpito durante le ricerche riguarda la requisizione di tre macchine da scrivere disposta dai comandi partigiani nei giorni della liberazione.

Tre macchine da scrivere necessarie per stilare i primi lasciapassare ma anche, e soprattutto, per lavorare su pochi appunti presi a penna nei giorni di guerra.

Questa esigenza di raccontare la loro storia, sentita dai partigiani e dalle partigiane di Depangher in prima persona, permette a noi, oggi, di disporre del Diario storico delle azioni militari compiute dal I° Battaglione Mario.

Un Diario scritto a caldo, per conservare la memoria di quanto fatto, delle azioni compiute e delle motivazioni ideali che le hanno ispirate.

Scrivere per ricordare. L’esatto opposto rispetto all’incendio di archivi e all’occultamento di prove messo in atto dai nazisti e dai reparti fascisti in ritirata.

Io credo che la differenza tra i due campi che si sono contrapposti si possa misurare anche in questo. Tra l’emergere del bisogno di scrivere, di ricostruire, di raccontare quanto fatto, per mantenerne la memoria, e, all’opposto, l’esigenza di distruggere e cancellare le prove delle proprie azioni (delle violenze, delle stragi, della catena di produzione di morte che conduceva fino ai campi di sterminio).

Credo che questa sia una delle lezioni che possiamo trarre oggi da questa esperienza.

Auguro a me stesso, e a tutti noi, di fare in modo di trovarci sempre a compiere scelte o atti meritevoli di essere raccontati, di cui andare fieri, e di avere sempre la forza di riconoscere il male, anche nella sua banalità, per non lasciarci andare ad azioni e scelte inenarrabili e indicibili, perché disumanizzanti, di cui non vorremmo mai rimanesse traccia”.

Contenuto inserito il 01/12/2022

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Autore Daniele Pallotta - Ufficio Stampa

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